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(www.terrasanta.net) «Le polemiche? Erano previste. La
visita di un Papa in Israele non può che suscitare forti
emozioni, ma anche grandi attese. E inesorabilmente
anche forti delusioni. Credo che poi, con calma, gli
israeliani riprenderanno in mano i discorsi e
considereranno nuovamente gli atteggiamenti, per capire
cosa realmente è stato detto e non cosa non è stato
detto».
Padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa,
ha seguito passo passo il viaggio di Benedetto XVI in
Terra Santa fin dall'avvio in Giordania, l'8 maggio. E
può a ragion veduta tentare un bilancio di una visita
che si può già definire storica.
Una delle ossessioni dei giornali israeliani, fin
dall'arrivo del Papa a Tel Aviv, è stata quella di
misurare parole, silenzi e presunte reticente a
proposito della
Shoah
e del negazionismo. «I giornali israeliani avevano loro
attese - reagisce padre Pizzaballa - ma l'agenda del
Papa era un'altra, in continuità con il magistero del
suo predecessore».
Il Papa ha ribadito che con l'ebraismo
c'è un legame inscindibile... Ha usato parole dure per
il nazismo definito «regime senza Dio». Ha condannato il
negazionismo. Eppure non è bastato.
Tra Chiesa ed
ebraismo ci sono stati duemila anni di difficoltà che
non si superano in un batter d'occhio. Sono processi
lenti, coinvolgono il vissuto e i sentimenti, non solo
la ragione. C'è ancora tanta gente, qui in Israele, che
ha il numero sul braccio (la matricola tatuata dai
nazisti agli internati nei campi di concentramento -
ndr). Credo che comunque un ripensamento nell'opinione
pubblica israeliana sia già cominciato. Uno degli ultimi
editoriali di
Yedioth Aronoth
(uno dei maggiori quotidiani israeliani - ndr) dice
proprio questo: la Chiesa si è già scusata e il Papa ha
già chiarito sul negazionismo. Non possiamo pretendere
sempre le stesse cose.
Tra le polemiche innescate dai giornali,
anche la presunta lista dei luoghi pretesi dalla
Chiesa...
Una polemica faziosa, fondata sul nulla.
Innanzitutto non c'è la richiesta da parte della Chiesa
di sovranità su nessun luogo. Non c'è neppure richiesta
di proprietà, perché dei santuari siamo già proprietari.
C'è una discussione in corso, una trattativa con il
governo, che è entrata nella questione dei luoghi santi.
La Chiesa vuole dare ai luoghi santi una garanzia che
essi non verranno in futuro, in alcun modo, confiscati o
destinati ad altro uso. In che modo questa garanzia
debba essere espressa è appunto oggetto di discussione.
Ci si aspettava prima della visita del
Papa un'accelerazione nei negoziati della commissione
bilaterale che sta trattando la questione delle imposte
sulle proprietà della Chiesa. Ma poi tutto è slittato
nuovamente.
Sicuramente entro l'anno si arriverà ad
una definizione. Ormai la gran parte delle questioni è
risolta. Resta da definire il nodo delicato dei luoghi
santi, come dicevo. Ma non dobbiamo avere fretta.
Abbiamo aspettato tredici anni e non dobbiamo concludere
in pochi mesi con il rischio di rovinare quello che
abbiamo fatto fin qui...
Anche il Cenacolo è compreso in questa
trattativa?
Il Cenacolo rientra nella trattativa,
anche se personalmente sarei per separare questo punto
dagli accordi che si faranno. Se mi chiede della
restituzione, le rispondo solo che viene data per
imminente dal 2000, ma la strada non è semplice.
Dobbiamo studiare il problema con attenzione, per le
implicazioni che potrebbe avere. Ci vuole ancora del
tempo.
Il Papa è stato accusato dagli israeliani
di non aver capito il conflitto.
L'ha capito molto bene. Sono i giornali
israeliani che fanno fatica a capire la prospettiva
palestinese. Il Papa non è un cittadino israeliano e non
può certo fermarsi alle paure o ai problemi degli
israeliani. Il Papa deve farsi portavoce delle istanze
di tutti. È questo che gli israeliani non hanno
compreso.
Se dovessimo tentare un bilancio di
questa visita?
Dal punto di vista pastorale il bilancio
è assolutamente positivo. La comunità cristiana deve
smetterla; non può più permettersi di piangersi addosso,
perché ha ascoltato parole molto forti e molto chiare:
non siete soli, non siete abbandonati. Il Papa l'ha
detto in molte circostanze. Ha parlato con grande
chiarezza, ma senza chiudere la porta in faccia a
nessuno, mostrando che è possibile, pur essendo pochi,
incontrare e parlare con tutti. Ha dato grande
visibilità alla comunità cristiana, il che non era
scontato.
Dobbiamo fare tesoro di questa esperienza.
E dal punto di vista politico?
È stato un viaggio di grande respiro, a
cominciare dalla Giordania. Se devo ricordare un
momento, per me la giornata di Betlemme è stata
memorabile, per l'incontro con la comunità locale e con
il presidente Abu Mazen e la visita al campo profughi di
Aida... Il Papa è stato molto chiaro nei suoi messaggi.
Non credo che si possano fraintendere le sue parole e si
possa non apprezzare la chiarezza e la sincerità.
Il processo di pace comunque ha i suoi ritmi.
Sicuramente il viaggio del Papa ha aiutato a sciogliere
molte paure, ma tante ancora ne restano. Spetta a noi
andare avanti sulla strada che Benedetto ha tracciato.
Mi auguro che i palestinesi siano in grado di
riflettere, senza lasciarsi troppo prendere dalle
emozioni. E ritrovino una loro unità per fare scelte
forti e coraggiose. E che gli israeliani riconoscano le
giuste aspirazioni dei palestinesi.
A Nazaret Benedetto XVI ha visto il
premier Benjamin Netanyahu. La stampa ha riferito che
tra i punti toccati c'era la richiesta di ottenere i
visti per sacerdoti e religiosi - si dice 500 -
provenienti dai Paesi arabi... Una questione che sembra
non trovare mai sbocco.
Onestamente non con conosco nel dettaglio
il contenuto dell'incontro. Io stesso ho appreso dai
giornali che ci sarebbe stata una chiusura da parte
israeliana. Credo che anche in questo caso si debba
avere pazienza. Gli israeliani e la gerarchia
ecclesiastica cattolica di Terra Santa hanno sensibilità
molto diverse su questo punto. Bisogna lavorare insieme
per trovare una strada che salvaguardi la possibilità
della Chiesa di avere i sacerdoti che le servono, da
qualsiasi Paese essi provengano, senza condizionamenti.
Ma che d'altra parte si tenga conto della prospettiva
d'Israele.
Per recarsi a Betlemme il Papa ha
attraversato il Muro.
Credo che sia stato molto colpito e
commosso dal passaggio e dall'esperienza del Muro, ma
anche dall'incontro con la popolazione del campo di
Aida, dai bambini, dai loro volti...
Il viaggio si è caratterizzato anche per
l'attenzione ecumenica e interreligiosa...
Il dialogo con il
mondo islamico è iniziato in Giordania, dove si è svolta
una parte importantissima di questo viaggio. Ci sono
stati momenti molto forti anche in quel Paese. Qui in
Israele i due incontri interreligiosi ci hanno dato la
misura vera dello stato del dialogo: a Gerusalemme
abbiamo visto la difficoltà, i pregiudizi e le
strumentalizzazioni politiche (il riferimento è
all'intervento fuori programma e fortemente polemico
verso Israele dell'imam
al-Tamimi - ndr). A Nazaret abbiamo visto invece il
desiderio sincero d'incontro. Il dialogo interreligioso
ha questi alti e bassi.
Per quanto riguarda il rapporto con le Chiese, credo che
più dei discorsi abbiano avuto importanza in questo
viaggio il clima di disponibilità e simpatia dimostrati
dalle due Chiese (greca e armena) a cui il Papa ha reso
visita. Non tutto era scontato. Non è un mistero, del
resto, che le Chiese ortodosse guardino con grande
simpatia per questo Papa. Tutte le volte che facciamo
qualche incontro tra le Chiese, sono loro che ci
ricordano i discorsi di Benedetto XVI, che apprezzano
molto.
Il Papa ha citato in più occasioni san
Francesco e il francescanesimo. Ha invitato tutti ad
essere «strumenti di pace».
È stata una sorpresa piacevole. Il
richiamo a san Francesco e alla via francescana nel
campo di Aida è stato un momento forte. Io che sono
francescano l'ho letto come un richiamo alla mia
responsabilità qui. Dobbiamo prendere ancora più
coscienza del compito che la Chiesa ci ha affidato
stando qui, in questa terra. Abbiamo una missione da
compiere e una Parola da far conoscere alle persone che
vivono qui.
Come metterete in pratica la consegna che
il Papa ha lasciato alle Chiese di Terra Santa: lavorare
insieme per educare cittadini responsabili e cristiani
maturi?
Una delle caratteristiche di questa
visita è stato il livello di corresponsabilità tra le
Chiese cattoliche dei vari riti nell'organizzazione dei
vari eventi. Il viaggio ha messo a nudo, dobbiamo dirlo
con franchezza, anche i limiti e le difficoltà che ci
sono nelle relazioni tra di noi.
Bisogna trarne una lezione. E lavorare
insieme per migliorare.
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