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Israele
restringe i visti per sacerdoti e religiosi in Terra
Santa
di Arieh Cohen
Negato il visto a due
sacerdoti africani; il visto per sacerdoti europei
ridotto a un anno. Le autorità ecclesiastiche
preoccupate e (per ora) timorose di alzare la voce per
paura delle conseguenze. La causa delle restrizioni: il
fondamentalismo del partito Shas. L’Accordo fondamentale
del ’93 stabilisce la libertà della Chiesa nel poter
“dispiegare” il suo personale nella terra di Gesù. A
rischio il carattere universale e internazionale della
Chiesa. Sta per scoppiare una nuova “crisi dei visti”.
Tel Aviv (AsiaNews) – Il ministero
israeliano degli Interni sta rifiutando visti di entrata
a sacerdoti e membri di ordini religiosi e sta anche
riducendo il loro periodo di permanenza in Terra Santa.
Fra essi non vi sono solo personalità del mondo arabo,
ma anche notissime personalità ed esperti biblici
dall’Europa e dall’Africa. La politica restrittiva si è
acutizzata da quanto lo Shas, il partito
fondamentalista, e ritornato a controllare il ministero
degli Interni nel nuovo governo Netanyahu. Esso sta
provocando nuove difficoltà ne rapporto fra Israele e la
Chiesa cattolica e il Vaticano.
L’ultima tornata dei negoziati fra Santa
Sede e Israele si è conclusa il 29 ottobre. In modo
prevedibile, si è riaffermata la buona “atmosfera” e la
reciproca buona volontà, sebbene non vi sia alcun segno
sul quando sarà varato l’Accordo tanto atteso. È pur
vero che diversi osservatori guardano come un segnale
positivo l’aver fissato altri due giorni di lavoro nella
sessione di novembre, e la Plenaria per il 10 dicembre
in Vaticano. In essa, per la prima volta, la delegazione
vaticana sarà guidata da mons. Ettore Balestrero, nuovo
Sottosegretario per i rapporti con gli Stati.
Come si sa, l’Accordo in discussione da
più di 10 anni, intende giungere a ridare sicurezza alla
Chiesa in Israele, riconfermando la storica esenzione
dalle tasse e salvaguardando la proprietà dei Luoghi
santi.
Eppure nuove difficoltà si aprono ogni
giorno per la Chiesa, e non solo dal punto di vista
fiscale.
Il ritorno dello Shas alla guida del
ministero degli Interni sta portando nuovi problemi ai
sacerdoti e ai religiosi. Nella natura delle cose in
Terra Santa, la maggioranza di essi, che vengono da
altri Paesi, hanno bisogno di un permesso di entrata
nello Stato perché possano lavorarvi.
Nei primi anni di vita dello Stato
d’Israele, essi avevano la possibilità di divenire
residenti (sebbene anche allora, veniva loro negata
sempre la cittadinanza). In seguito, lo Stato ha attuato
una politica di diniego della residenza, offrendo solo
dei visa che necessitano essere rinnovati dopo un certo
periodo.
All’inizio questi visa erano dati per
cinque anni alla volta; in seguito il periodo è stato
ridotto a due anni per gli europei, a un anno per
cittadini di Paesi arabi (citando preoccupazioni di
sicurezza).
L’ultima volta che lo Shas ha
controllato il ministero degli Esteri, diversi anni fa,
l’emissione e il rinnovo dei visti sono stati fermati in
blocco. Dall’oggi al domani circa 200 personalità
ecclesiastiche sono stati ridotti a migranti illegali e
hanno rischiato l’arresto e la deportazione.
Solo la diffusione della notizia
nell’opinione pubblica mondiale e una forte pressione
internazionale ha permesso la riapertura dei visti,
seppure con condizioni peggiori.
A tutt’oggi fonti ecclesiali affermano
che i problemi rimangono e non sono confinati solo a
religiosi o sacerdoti provenienti da Paesi arabi. Almeno
due preti africani, attesi a Gerusalemme per lavorare in
un centro di studi biblici, non hanno ricevuto il visto.
A diversi sacerdoti europei, che pure hanno lavorato e
vissuto in Israele per molti anni, è stato negato
perfino il visto per due anni. Alcuni hanno ricevuto il
visto solo per un anno, sebbene essi siano molto noti e
Israele sia stata la loro casa per tanto tempo.
Ciò che è in gioco è il carattere
internazionale della presenza della Chiesa cattolica
nella Terra Santa. Come Roma, anche la Terra Santa è un
luogo dove appare evidente l’universalità della Chiesa
cattolica. Se a seminaristi, preti, religiosi da tutto
il mondo si rende impossibile il lavoro, la preghiera,
la pastorale in Terra Santa, in pratica si minaccia
questo carattere specifico (universalità) della presenza
della Chiesa nella terra del Redentore.
Le autorità cattoliche in Terra Santa,
profondamente preoccupate da quanto succede, sono però
esitanti nell’alzare la voce, per timore che ogni
dichiarazione pubblica possa avere conseguenze negative
sulle loro istituzioni. Ma è possibile che a breve
scoppi una nuova “crisi dei visti” se la direzione non
viene corretta.
Per persuadere lo Stato a riprendersi il
controllo dei visti, togliendolo ai fondamentalisti, le
autorità ecclesiastiche possono basarsi proprio
sull’Accordo Fondamentale fra la Santa Sede e lo Stato
di Israele del 1993. In esso, all’art.3, Par. 2, si
afferma che lo Stato riconosce il diritto della Chiesa a
“dispiegare” il proprio personale in Israele.
Il frate francescano p. David Maria A.
Jaeger è un noto esperto nelle relazioni Chiesa-Stato in
Israele. Egli è stato parte del gruppo bilaterale che ha
scritto l’Accordo. Raggiunto da AsiaNews egli
conferma che il senso di quanto scritto nell’Accordo e
in riferimento alla libertà del personale ecclesiastico
di entrare in Terra Santa, fa notare l’uso non comune
della parola “dispiegare”.
“Naturalmente – aggiunge – più oltre nel
testo la Chiesa riconosce il diritto dello Stato di
garantire la sicurezza della sua gente. Nel presente
contesto, ciò significa che lo Stato può in buona fede
rifiutare il permesso di entrata a individui che
potrebbero mettere a rischio la sicurezza pubblica; ma
d’altro canto, lo Stato non può sostituirsi al giudizio
della Chiesa per ciò che riguarda il personale che essa
voglia ‘dispiegare’ in Israele per le sue istituzioni e
per i suoi scopi, da qualunque parte del mondo essi
vengano”.
P. Jaeger ha precisato che egli non
vuole commentare i fatti e le violazioni di cui si
parla. Come giurista, egli dice, “ho fiducia che la
chiave per la soluzione di ogni difficoltà su questo
punto sta proprio nell’Accordo Fondamentale del 1993”.
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