|
Essere
cristiani in Terra Santa
Valentina B.
Ho
incontrato Charlie una sera ad una testimonianza a
Senago, un paese non troppo distante da noi. È un amico
dei ragazzi che hanno organizzato questo incontro,
conosciuto la scorsa estate durante un viaggio in Terra
Santa. La sua storia può sembrarci davvero strana e ci
racconta un aspetto della vicenda Israelo-Palestinese
che non abbiamo mai davvero preso in considerazione, che
nessun telegiornale ci ha mai raccontato. Charlie è un
palestinese e vive a Betlemme. Niente di nuovo per noi
abituati a sentire questi nomi. Ma non è tutto qui,
Charlie è cristiano, fa parte della parrocchia della sua
città e si occupa dei giovani cristiani palestinesi come
lui. Vive quotidianamente il dramma di essere chiuso
all’interno di un muro, di essere additato come
possibile terrorista da un lato, e come rappresentante
filo-occidentale dall’altro. Ma lui non è niente di
tutto questo. È un uomo che divide lingua e tradizioni
con gli altri arabi come lui ma che allo stesso tempo
testimonia il Vangelo. Charlie racconta che non è
affatto facile, che per lui il dialogo interreligioso
non è qualcosa di astratto che si svolge tra le alte
sfere dell’una e dell’altra religione, ma è una
questione di vicinato, di bambini che giocano insieme
nel cortile, di donne che si trovano insieme a fare la
spesa ma anche di chiese che vengono prese a sassate
perché qui da noi qualcuno con troppa leggerezza si è
permesso di esporre delle vignette satiriche offensive.
Ripete che essere una minoranza cristiana in una città
islamica è una sfida, che spesso si sentono abbandonati
da noi cristiani “liberi” e che per mantenersi saldi e
attivi hanno bisogno di sentire la nostra vicinanza, di
sapere che noi da qui siamo a conoscenza della loro
esistenza e che ci impegniamo perché la loro presenza al
fronte sia il più possibile serena e costruttiva.
L’altra grande caratteristica di Charlie è che lui è un
palestinese, e lo è tanto quanto noi siamo italiani, ma
è costretto a vivere da straniero nella sua terra. Ci
racconta qualche episodio di vita quotidiana che ci
lascia davvero a bocca aperta, abita a 10 chilometri da
Gerusalemme, ma è costretto a recuperare un permesso per
poterci entrare, cosa non semplice e non sempre
possibile. Settimana scorsa avendo ottenuto questa
possibilità si è recato con la sua famiglia nella città
Santa, per accompagnare la moglie ad una visita in
ospedale. Finita la visita hanno pensato di fare una
passeggiata con i loro bambini per far vedere loro le
meraviglie che raramente hanno occasione di visitare, ma
appena iniziato il giro vengono subito fermati da alcuni
soldati israeliani e invitati a tornare nella loro
città, aldilà del muro. Chi vive come un topo in gabbia,
costretto a ore di fila aspettando che venga aperto il
recinto per poter passare da una parte all’altra, non
può subire i nostri facili giudizi sulla sua rabbia, le
nostre soluzioni sbrigative che hanno ormai dimenticato
il valore della libertà. È necessario che ognuno abbia
un luogo da poter chiamare “casa” dove possa essere
libero di muoversi, dove i ragazzi abbiano la
possibilità di sognare un futuro migliore senza il
terrore di morire per qualche bomba lasciata da un uomo
ancora più disperato di loro. Charlie è un vero
missionario, e come lui tutti i cristiani che vivono in
situazioni così difficili, ma che non si arrendono mai e
anzi cercano di esserci sempre di più, di creare le
condizioni perché il messaggio di Gesù Cristo sia
raggiungibile da tutti. Hanno organizzato un sito
internet per agevolare le comunicazioni e che può essere
utile anche a noi per farci sentire più vicini (www.juthouruna.com).
In più vi ricordo che sul tema è appena uscito un libro
di monsignor Michel Sabbah, patriarca di Gerusalemme,
dal titolo “Voce che grida nel deserto”. Abbiamo il
dovere di andare oltre i luoghi comuni, di conoscere il
più possibile le realtà difficili che ci circondano,
perché come ha detto Charlie “loro sono cristiani anche
per noi”, e noi non possiamo far finta di non sapere.
|