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Due nunzi ed i “ritardi”
della politica israeliana verso la Chiesa
(da asianews) L’attuale
rappresentante vaticano a Gerusalemme denuncia delusione
e frustrazione per il comportamento dei governi
israeliani. Giorni fa il suo predecessore aveva parlato
di sfiducia. E il 12 dicembre nuova sessione della
Commissione congiunta.
Roma (AsiaNews) – E
dopo mons. Pietro Sambi, ad esprimere “delusione” e
“frustrazione” nei confronti della politica dei governo
israeliani degli ultimi dieci anni nei confronti della
Santa Sede e della Chiesa cattolica è stato mons.
Antonio Franco. Ad accomunarli la qualifica di
rappresentante papale in Israele, che il primo aveva
fino al 2005 ed il secondo ha attualmente. Difficile, a
questo punto, respingere la convinzione che è questo il
reale pensiero dei responsabili vaticani, anche visto il
riferimento fatto dal direttore della Sala stampa, padre
Federico Lombardi, alla “esperienza” di mons. Sambi, in
un commento di giorni fa. Il quale mons. Sambi, peraltro,
da Tel Aviv è stato promosso a Washington, cioè in uno
dei posti chiave della diplomazia internazionale.
La valutazione
sulla politica israeliana da parte de due nunzi appare
comune, anche se i toni sono diversi: intervistato dal
Jerusalem Post, mons. Franco ha parlato di “una
qualche frustrazione” a causa del “così tanto tempo per
trovare un accordo”, aggiungendo che “sentimenti di
delusione sono naturali”. “È sotto gli occhi di tutti
quale fiducia si possa accordare alle promesse d’Israele!”:
aveva detto cinque giorni fa mons. Sambi, riferendosi
alla stessa questione. E aveva aggiunto che “le
relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato d’Israele
erano migliori quando non c’erano i rapporti
diplomatici”.
Entrambi i nunzi si
riferiscono al tempo invano trascorso per realizzare gli
impegni presi. “Il 30 dicembre 1993 – spiegava mons.
Sambi - è stato firmato l’Accordo Fondamentale il quale,
oltre a prevedere lo stabilimento dei rapporti
diplomatici, comanda anche che vi sia un Accordo
giuridico, firmato nel 1997 e mai entrato in vigore sul
territorio israeliano, e un Accordo economico che deve
toccare soprattutto tre argomenti: le proprietà della
Chiesa ingiustamente espropriate o sottoposte a ingiusta
servitù; i servizi che la Chiesa rende alla popolazione
israeliana, sia essa di origine ebraica o palestinese:
ad uguale servizio deve corrispondere uguale compenso,
come per le istituzioni statali; la questione delle
tasse”.
Il giorno stesso,
padre Lombardi in una dichiarazione sull’intervista a
mons, Sambi a terrasanta.net, affermava che
essa “riflette il suo pensiero e la sua esperienza
personale vissuta nel corso degli anni del suo servizio
presso la Delegazione apostolica di Gerusalemme e come
nunzio in Israele. Da parte della Santa Sede –
aggiungeva - si ribadisce l’auspicio – già espresso in
occasione della recente visita del Presidente Peres al
Santo Padre – ‘per una rapida conclusione degli
importanti negoziati ancora in corso’ e per la soluzione
di comune accordo dei problemi esistenti”.
Sembra questo
l’obiettivo delle tre prese di posizione provenienti da
esponenti vaticani: ottenere concreti passi avanti già
nella prossima riunione della Commissione mista, in
programma per il 12 dicembre.
In proposito il
quotidiano israeliano riporta l’opinione del rabbino
David Rosen, del quale dice che ha collaborato per la
realizzazione dell’accordo di 14 anni fa e ricorda il
ruolo di incaricato dei rapporti interreligiosi nell’
American Jewish Committee. “Il Vaticano – dice Rosen –
sta mostrando una notevole pazienza e comprensione nei
confronti degli impegni presi dallo Stato di Israele con
l’Accordo fondamentale, che dovevano essere risolti
entro due anni, ma che non sono stati ancora risolti”.
Rosen aggiunge che la “pazienza” vaticana è
testimonianza del suo impegno per buoni rapporti con il
popolo ebraico e lo Stato di Israele. (FP)
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