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“Se ci sarà pace a Gerusalemme, ci sarà pace su tutta la terra”

Josef Acquati Lozej (Parte II)

Il caso di Hebron è emblematico perché racchiude in sé le profonde contraddizioni a cui il conflitto ha portato. C’è chi sostiene però che nonostante questa situazione di tensione perenne, almeno qui arabi e israeliani si possono ancora guardare in faccia. Quando verrà meno la possibilità dell’incontro e nel momento in cui l’altro sarà solo l’oggetto stereotipato di una rivalità violenta, allora la speranza che un reale miglioramento della situazione possa avvenire diverrà  poco più che un’illusione.

Proprio l’incontro con gli israeliani ad Hebron ha suscitato in me il desiderio di capire come le cose erano viste e vissute dall’altra parte del muro. Vivendo e collaborando quotidianamente con i palestinesi è innegabile che si tenda a fare proprio il punto di vista della realtà in cui si è immersi. Il rischio di perdere l’obiettività è grande. La seconda fase del nostro viaggio è coincisa così con l’incontro della realtà israeliana. Quello che mi ha colpito maggiormente è l’enorme stacco che si avverte passando dall’altra parte, le differenze sono fin troppo marcate: città moderne, luoghi di svago e divertimento, servizi efficienti, e un benessere diffuso che strideva così tanto con la zona araba da cui provenivo da lasciarmi spaesato.

I giovani qui sembravano abbastanza inconsapevoli delle dinamiche che il confitto provoca e all’oscuro di quello che capita ai loro coetanei palestinesi a pochi chilometri di distanza. Lo stesso muro dalla parte di Israele è totalmente interrato, tanto che dalla strada sembra una collinetta con del filo spinato in cima. E’ chiaro quindi che la maggior parte delle persone sia alienata dal quadro completo della situazione e finisca a votare coloro che promettono sicurezza e protezione.

Quello che ho imparato e che mi ha colpito molto, è stato venire a conoscenza di quelli che sono i problemi con cui Israele deve fare i conti ogni giorno. Nel mio immaginario figurava uno Stato militarmente fortissimo e con una popolazione unita, ma al contrario ho scoperto un Paese scosso da profonde divisioni. Al di là delle diverse vedute degli ebrei ultraortodossi che non riconoscono lo stato d’Israele perché secondo le Scritture il suo compimento coinciderà con il ritorno del messia, le istituzioni governative e militari stanno cominciando ad avere seri problemi con i coloni. Un esempio su tutti è dato dalla smobilitazione da Gaza, sulle cui ragioni molto non è stato detto. Questa operazione ha visto sorgere per la prima volta tensioni che hanno portato a scontri tra i coloni e i militari. L’esercito è il fiore all’occhiello d’Israele, è ciò che ha contribuito in larga misura a renderlo quello che è oggi, e per le autorità assistere a queste lotte intestine tra giovani coloni muniti di secchi d’acido e i militari, è stato un vero e proprio shock.

Alle divisioni interne di carattere sociale, si aggiungono le differenze di carattere culturale. Gli  arabi hanno un tasso di natalità che è il doppio di quello degli israeliani, tanto che Arafat un giorno disse che i palestinesi avrebbero vinto grazie alla loro demografia. A questa minaccia Israele ha risposto con una politica volta a favorire l’immigrazione specialmente dalla Russia, aumentando così il numero di abitanti ma anche la frammentazione culturale. La realtà secondo molti politologi è così complessa da portarli a sostenere la tesi che Israele sia tenuto unito dallo stesso conflitto che alimenta. Io non so che peso dare a queste parole, ma quello che risulta evidente è il confronto fra due Paesi estremamente divisi al loro interno e in balia di correnti diverse che contribuiscono a rendere la realtà delle cose sempre più difficile da definire.

Trascorrendo qualche giorno tra gli ebrei la memoria non può che correre alle atroci sofferenze che questo popolo ha subito nel corso dei secoli e alla perenne persecuzione che li ha accompagnati ovunque andassero. Tra le stanze di Yad Vashem, il museo dell’olocausto, i miei pensieri correvano attraverso le atrocità subite da uomini, donne e bambini, fino alla presa di coscienza delle responsabilità che tutti noi come europei e come cristiani abbiamo avuto in questa “catastrofe dell’umanità”. Davanti ad una delle tragedie più grandi che la storia ricordi non è possibile non riconoscere quanto sia doveroso e giusto che questo popolo possa finalmente stabilirsi su una terra e lì vivere senza paura di essere perseguitati per quello che sono o per la propria fede.

A questa esigenza naturale e legittima si scontra un’altra pretesa altrettanto comprensibile: quella di poter vivere sulla propria terra e di non dovere essere scacciati o perseguitati in casa propria da coloro che un tempo erano vittime della stessa ingiustizia.

Al culmine del viaggio sono arrivato a Gerusalemme. In lontananza dai finestrini del pullman intravedemmo delle cupole dorate che spuntavano da mura di cinta, mentre la voce della nostra Elena ci introduceva al mistero che questa città racchiude in sé. E’ difficile spiegare quello che si prova alla vista e all’incontro con questo luogo, ma la sensazione che ha avuto è stata di trovarmi  nella città di tutti, appartenente per infiniti motivi ad ogni uomo. Gerusalemme è la città santa per le tre religioni monoteiste, è un luogo ricco di storia, di tradizioni e di profezia, è il punto di incontro e di scontro tra diverse realtà culturali, religiose, etniche, politiche e sociali. E’ la città contesa e carica di passioni, in cui si concentrano le contraddizioni e i conflitti proprio di tutto questo Paese: un fazzoletto di terra grande come la Lombardia, ma di importanza cruciale per l’uomo.

Al cospetto di tutto quello che racchiude in sé questa città ci si sente molto piccoli, ma nello stesso tempo chiamati in causa perché ognuno di noi in qualche modo fa parte di questa città e di questa storia.

Non sono stati tanto i luoghi santi, le pietre, i monumenti o le reliquie a colpirmi, quanto le persone viventi, con la loro passione, il loro fervore e la loro fede. Gerusalemme vede ancora oggi culti che si scontrano ai piedi dei luoghi sacri, ministri religiosi che fanno letteralmente a pugni per avere più spazio, diatribe si riflettono anche e soprattutto ai livelli più alti del clero e che, leggevo pochi giorni fa sul giornale, stanno portando lo stesso Santo Sepolcro al crollo a causa dell’assenza di manutenzione per le continue liti fra le chiese concorrenti. L’auspicio è che siano loro per prime a dare ai fedeli un esempio di rispetto e di tolleranza nonostante le differenze, così che un giorno Gerusalemme torni ad essere un simbolo di unità e di fraternità.

A tutto questo fa da sfondo ancora una volta il problema del conflitto israelo-palestinese, che vede le diverse chiese e spesso anche gli stessi confratelli assumere posizioni diverse e contrastanti.

Quello che mi porto dietro da questa esperienza è l’aver capito che in certe situazioni è necessario astenersi dalla condanna o da un giudizio frettoloso perché la realtà con cui si ha a che fare è estremamente più complessa e delicata di quello che può apparire. Rivendicazioni che si perdono nella storia si mischiano alle contrapposizioni attuali che vedono a confronto torti e ragioni da una parte e dall’altra.

Una delle frasi che più ha colpito è stata quella di un amico incontrato in Palestina che mi ha detto che se fossi andato da un ragazzo israeliano a chiedergli cosa avrebbe desiderato fare, lui mi avrebbe risposto che avrebbe voluto uscire la sera a divertirsi con i suoi amici senza il terrore di saltare in aria per un attacco terroristico o per uno scontro militare. Se avessi fatto la stessa domanda ad un coetaneo palestinese, mi avrebbe detto la stessa cosa. Il problema è che non si incontrano e non si parlano.

A noi il compito di tenere aperta la porta delle nostre menti e teso l’orecchio per far sì che nessuna delle voci cada nel silenzio dell’indifferenza.

Con un ultimo saluto a questa terra carica di fascino e mistero, mi sono imbarcato sull’aereo mentre ancora ripensavo a quella frase iniziale di Martini.

Credo che questa esperienza mi abbia avvicinato molto al senso di quelle parole che sento oggi più vere che mai.