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Un
cattolico palestinese s'interroga
di Daniele Civettini (terrasanta.net)
«Uno dei dilemmi
più importanti per me è se, da palestinese cristiano e
credente, devo trattare un ebreo israeliano come lui
tratta me o se devo aprire un dialogo con lui e aiutare
i nostri due popoli a raggiungere una soluzione giusta e
pacifica. La seconda opzione richiede di affrontare
molte questioni teologiche. (...) D'altra parte, in
quanto palestinese cristiano quali dovrebbero essere la
mia missione e la mia relazione con i fratelli e le
sorelle musulmani e palestinesi?». Geries Sa'ed Khoury,
melchita, preside del Dipartimento di Teologia della Mar
Elias Educational Institutions di Ibilin e voce
importante del Centro Al-Liqà di Betlemme per la
promozione della tolleranza e dell'amicizia tra
cristiani, musulmani ed ebrei, pone quesiti simili nel
suo
Un
palestinese porta la croce,
libro-manifesto di una possibile «teologia contestuale
palestinese». Che cosa designa questo termine? È un po'
come interrogare il proprio Dio e quello degli altri:
sul destino della Terra Santa, sulla differenza tra chi
fa il volere di Dio e chi lo strumentalizza,
deformandone l'immagine, per le proprie mire.
Come un pio ebreo
israeliano avrebba il dovere di chiedersi se veramente,
nel 2009, Israele obbedisca a Dio immaginando di
scacciare tutti i palestinesi per riprendersi la Terra
Promessa, così un musulmano palestinese deve riflettere
sulla differenza che intercorre tra il rivendicare i
propri diritti nazionali e l'appartenere all'islam
adulterato del terrorismo planetario. Come un cristiano
occidentale deve verificare la serietà dell'ipotesi di
un
Armageddon
combattuto davanti alle mura di Gerusalemme tra uno
schieramento di «buoni» e uno di «cattivi», così un
arabo cristiano di Gerusalemme o di Gaza deve chiedersi,
per converso, se gli è chiesto di amare ed obbedire ad
un dio politico che ha progetti buoni per tutti tranne
che per il popolo palestinese. Per un palestinese, tanto
più se cristiano, cercare il volto di Dio e proporre
tramite il dialogo la giustizia da cui scaturisce la
pace sono due facce della stessa medaglia, come il dare
ragione della propria speranza e portare la croce di una
permanenza talvolta insostenibile.
Per questo la «teologia contestuale
palestinese» parla innanzitutto di diritti: il possesso
di una terra propria, per quanto piccola; l'accesso ai
beni primari (acqua, energia, cibo); i fattori necessari
per un'esistenza dignitosa (il lavoro, l'istruzione):
questo, e non altro, è conforme al volto di Dio, al
Cristo che ha difeso con la sua stessa vita la dignità
di ogni uomo.
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