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«È
necessario che il Vaticano abbia un ruolo attivo nel
processo di pace: noi lo chiediamo a gran voce, vista
anche la seria preoccupazione della Santa Sede per il
futuro di Gerusalemme e dei Luoghi Santi, e il Papa mi
ha assicurato che farà tutto ciò che è in suo potere per
sostenere il processo che alla fine porti alla nascita
di uno Stato palestinese». Il nuovo rappresentante
dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp)
in Vaticano, Shawqui Jabriel Armali, parla così del
colloquio avuto il 10 dicembre scorso con Benedetto XVI.
Lo
abbiamo intervistato.
Signor Armali che cosa ha chiesto al Papa?
Naturalmente abbiamo parlato della situazione sul campo,
a che punto siamo con i negoziati. Il Vaticano ha sempre
avuto un indiscusso interesse per la pace nei Luoghi
della Redenzione e ha sempre denunciato le ingiustizie
commesse verso il popolo palestinese. Per questo ho
chiesto alla Santa Sede di avere un ruolo il più
possibile attivo dopo l'incontro di Annapolis del 27
novembre scorso: il Papa era molto impressionato dagli
sforzi del presidente Abbas e mi ha assicurato che
continuerà a sostenerlo.
Che
aiuti concreti si aspetta dalla Santa Sede?
Ci aspettiamo che il Vaticano eserciti tutta la sua
moral suasion
su Israele e sulla comunità internazionale per porre
fine alle vessazioni e all'embargo disumano al quale è
sottoposta la popolazione a Gaza. Ci aspettiamo che il
Vaticano denunci pubblicamente qualsiasi atto contro i
palestinesi e che possa danneggiare l'atmosfera
costruttiva che si è stabilita nelle ultime settimane.
Che
riscontri ha avuto dai vertici della Segreteria di Stato?
Negli incontri con il cardinale Tarcisio Bertone e con
l'arcivescovo Dominique Mamberti (segretario per i
rapporti con gli Stati - ndr) ho potuto toccare con mano
la loro preoccupazione su molti aspetti del conflitto, e
in particolare per certi passi unilaterali intrapresi da
Israele, come l'annessione di Gerusalemme nel 1967, che
il Vaticano, come il resto della comunità internazionale,
non ha mai riconosciuto. La Città santa vede anche
l'ampliamento di certe colonie costruite cinque anni fa,
ad esempio nel quartiere arabo di Abu Ghnim. In Vaticano
sanno che questo costituisce una minaccia al processo di
pace e rappresenta una violazione degli impegni assunti
con la
Road Map:
Israele non può condurre i negoziati e
contemporaneamente ingrandire gli insediamenti, o far
finta che si tratti di una «naturale crescita degli
insediamenti».
La
Chiesa denuncia da anni la progressiva erosione della
presenza cristiana in Terra Santa.
È in effetti un grave problema: fino a 15 anni fa noi
cristiani eravamo l'8-10 per cento della popolazione
palestinese, oggi siamo meno del 2 per cento, non più di
150mila persone. La causa va cercata nell'occupazione,
che preclude ai giovani ogni orizzonte di futuro e li
spinge a raggiungere i parenti che da almeno due
generazioni sono emigrati all'estero: Europa, America
del Sud, Stati Uniti. E una volta che si stabiliscono
laggiù, non tornano indietro. Questa è una grande
preoccupazione non solo per il Vaticano ma anche per il
presidente Abu Mazen: per questo non cessiamo di
ripetere che, se si mette fine alle vessazioni e ai
soprusi quotidiani contro i palestinesi, saremo in grado
di fermare anche questa ondata di emigrazione.
Come
pensa che si potrà superare la frattura fra l'Autorità
palestinese e Hamas?
Il presidente Abbas è stato molto chiaro: Hamas deve
rinunciare all'occupazione delle istituzioni che ha
usurpato con il colpo di Stato di giugno e deve chiedere
scusa per le morti di militanti di Al Fatah. Siamo
pronti ad avere un dialogo con loro e a indire nuove
elezioni, e allo stesso tempo a continuare il negoziato
con gli israeliani per arrivare a quella coesistenza
pacifica che i palestinesi cercano. Ma Hamas deve
rispettare la nostra Costituzione, che conferisce al
presidente il potere di sciogliere il governo e
nominarne un altro. Se gli Stati Uniti, l'Unione Europea
e anche il Vaticano sosterranno Abu Mazen, e se le
condizioni di vita miglioreranno concretamente, il
sostegno ad Hamas verrà meno e prevarranno le forze
moderate del Paese. E questo porterà alla fine ad uno
Stato palestinese unito e collegato, non a tre o quattro
cantoni separati gli uni dagli altri.
Per
22 anni lei è stato delegato dell'Olp a Bruxelles. Ma
l'Europa è pressoché assente dalla questione
palestinese. Che cosa chiede oggi all'Unione Europea?
I palestinesi hanno sempre sperato che l'Europa potesse
bilanciare lo sproporzionato sostegno che gli Stati
Uniti hanno sempre accordato ad Israele, ma purtroppo
questo non è avvenuto: l'Unione Europea è stato il
maggiore donatore del popolo palestinese, soprattutto
dopo gli Accordi di Oslo, ed anche oggi è così. Ma
quello che vorremmo dall'Europa è un ruolo politico, una
presa di posizione che potesse sortire effetti anche su
Israele, perché i rapporti fra Israele e Unione sono
molto consistenti e Bruxelles potrebbe fare moltissimo
per far cambiare atteggiamento ad Israele. Ma purtroppo
la regola dell'unanimità (anziché, come dovrebbe essere,
della maggioranza qualificata), impedisce questa
unitarietà, a maggior ragione dopo l'allargamento
all'Europa dei 27. Malgrado le difficoltà, continuiamo
ad avere dei rapporti eccellenti con l'Unione e
auspichiamo un suo coinvolgimento sempre più attivo nel
processo di pace.
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