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Roma (AsiaNews) – Sotto
tutti i punti di vista questo è un momento
particolarmente favorevole in Terra Santa – oggi come
oggi e si spera questa sera ed anche domani mattina. I
fattori che si combinano per rendere possibile ciò sono
numerosi e vari, nondimeno la loro concomitanza è
generalmente riconosciuta. Fra l’altro, Shimon Peres ha
appena giurato come presidente dello Stato di Israele, e
benché si tratti di una carica unicamente
rappresentativa, l’esplicito impegno del nuovo
presidente di portare avanti la libertà per il popolo
palestinese – e la pace tra Israele ed il futuro Stato
palestinese – sembra indubbiamente avere una maggiore
influenza sul pubblico dibattito in Israele.
Da parte palestinese, il
presidente Abbas sta apparentemente lavorando per
segnare una volta di più la distinzione tra
l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp)
e l’Autorità palestinese (Ap) e per rendere più visibile
rispetto agli ultimi anni che è compito esclusivo
dell’Olp e non della Ap negoziare la pace con Israele ed
in genere gestire gli affari internazionali. Abbas
arriva appena in tempo: prima del recente intervento
armato di Hamas a Gaza, il piano (che egli stesso aveva
condiviso) era di portare Hamas e gli altri movimenti
islamici all’interno dell’Olp stesso, con ciò causando
una mutazione genetica di questo movimento nazionale
laico – cosa che avrebbe enormemente complicato il
compito degli operatori di pace, e non avrebbe lasciato
sperare bene per le prospettive che il futuro Stato
palestinese sarà laico e democratico.
Ma ciò che più di tutto
rende questo momento favorevole è il fato che, il 16
luglio, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un
maggiore nuovo impegno per far avanzare il processo di
pace tra israeliani e palestinesi. Come molti avevano
sperato e suggerito, il presidente – al quale manca solo
circa un anno e mezzo alla fine del suo secondo ed
ultimo mandato – ha deciso che la sua eredità deve
comprendere questa decisiva nuova iniziativa. Se
coronata di successo (ed il fallimento qui non è una
scelta possibile) essa porterà giustamente il suo nome.
Gli Stati Uniti allora diventano il motore che guida la
ricerca del negoziato di pace, così come la potenza che
dirige i negoziati e li incrementa.
Il presidente Bush ha
annunciato quasi in modo specifico che sarà il suo
segretario di Stato, Condoleezza Rice, che in autunno
presiederà e guiderà l’importante “incontro
internazionale”. Per chiunque abbia seguito – con
tristezza mista a speranza – l’inutile spargimento di
sangue e la distruzione degli ultimi sette anni (almeno),
da quel fatale 28 settembre 2000, questa notizia provoca
una indicibile consolazione. Collocare i negoziati per
la pace tra israeliani e palestinesi all’interno della
struttura-quadro di una conferenza internazionale è
stato sempre suggerito, ma mai messo in pratica –
dall’unico governo che preme per questo obiettivo, gli
Stati Uniti, e neppure dall’Europa. Che fine ha fatto,
ad esempio, l’iniziativa congiunta per convocare una
conferenza di pace, annunciata con ostentazione non
molto tempo fa da Francia, Spagna e Italia? Ora sono gli
Usa che prendono l’iniziativa.
Non molto finora è noto
sui progetti del presidente, che probabilmente –
inevitabilmente – evolveranno nel dialogo con le altre
parti interessate. In generale si comprende che gli
Stati chiave, membri della Lega Araba, saranno invitati
ad essere presenti: Paesi come Egitto e Giordania, che
già hanno un accordo di pace con Israele, così come –
possibilmente – altri come l’Arabia Saudita, che sono
particolarmente impegnati nel promuovere la storica
iniziativa di pace della Lega Araba, lanciata per la
prima volta al vertice di Beirut del 2002 e
ripetutamente confermata, e precisata, fino ad ora. In
Israele, il governo Olmert ha ora preso un approccio
molto più positivo nei confronti di tale iniziativa, ed
anche questo è segno pieno di speranza.
C’è chi sostiene che un
accordo di pace esclusivamente bilaterale tra israeliani
e palestinesi non può esserci o non può essere reso
saldo, finché allo stesso tempo non è conclusa una pace
tra Israele e la Siria (che comporta anche pace fra
Israele e Libano). Numerosi israeliani di spicco,
compreso l’ex capo dell’intelligence militare ed altre
figure di rilievo nei settori della difesa e della
sicurezza, come anche politici e analisti, credono che
questa è la realtà e che Israele dovrebbe ben accogliere
i ripetuti inviti di Damasco a riprendere i negoziati di
pace tra i due Paesi.
Dovrebbe certamente
portare un enorme contributo se la conferenza di pace
dell’autunno riprendesse gli obiettivi della Conferenza
di Madrid del 1991. Lì il fine era la pace tra Israele e
tutti i suoi vicini arabi, da raggiungere attraverso
diretti negoziati bilaterali aiutati da un sostegno
internazionale solido, fermo, sistematico e generoso. La
Siria è membro della Conferenza di Madrid e sarebbe
naturale per essa essere invitata ad ogni incontro
internazionale di pace che si cerca di costruire su
queste fondamenta della massima importanza. Come è ben
noto, il governo israeliano ha una serie di obiezioni
molto serie su quella che ritiene la condotta siriana in
alcuni settori e teme che i negoziati con essa possano
essere visti come un’acquiescenza su tali comportamenti.
Ciò è naturalmente comprensibile. Perfino coloro che
propongono i negoziati con la Siria – compreso Israele -
non si sono mai stancati di sottolineare che “si fa la
pace col nemico” e solo perché si stanno effettivamente
comportando come nemici! D’altro canto, è evidente che,
se l’altra parte si fosse sempre “comportata bene”, non
sarebbe affatto necessario negoziare la pace! Il
dibattito all’interno di Israele continua – è seriamente
ponderato e tutti i partecipanti si riconoscono buona
fede e ragionevolezza. Questo è il modo nel quale una
democrazia matura vuole prendere le sue decisioni. In
ogni caso, in vista dell’obiettivo finale, la
partecipazione di Siria e Libano, così come di Olp, Lega
Araba, Unione europea, alla guida degli Stati europei –
ed altre potenze che vogliono dare un reale contributo –
accrescerebbe grandemente il valore e l’efficacia
dell’incontro internazionale che il presidente ha
annunciato per l’autunno, e/o di quelli che lo
seguiranno.
Una cosa da ricordare per
gli organizzatori ed i partecipanti. L’obiettivo è “la
pace”, non “il processo di pace” (come è
talvolta apparso negli ultimi anni). Negoziati concreti,
risoluti, finalizzati a un trattato di pace, che
comprendano una realistica scaletta per la sua
progressiva realizzazione sul campo. Il presidente Simon
Peres ha detto tutto questo in una intervista con
un’agenzia internazionale, appena prima di giurare:
Israele non deve volere, e non permettere a se stesso di
continuare indefinitamente a controllare i territori
palestinesi. Lo dobbiamo a noi stessi, prima di tutto:
essere un occupante non è compatibile con i valori
israeliani. Israele vuole e deve essere capace di
mettere fine a questa anomalia. Il presidente Peres ha
insistito, esplicitamente, subito prima di cominciare la
sua difficile missione. Ed ogni persona di buona volontà,
dovunque, ha applaudito con approvazione e conforto.
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