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Una lettera da Betlemme

Cari amici,

 

 

Ormai da quasi sei mesi vivo questa esperienza in Terra Santa, terra di passioni, punto di incontro dell’umanità, che racconta più di guerre che di pace. Un’esperienza che è partita senza programmi e dettagli, ma che lentamente sta prendendo forma. Prima di partire immaginavo di venire in una terra complessa, di conflitti, di tante storie, di integralismi e ortodossie, di  incontri e di scontri, ma non pensavo che la realtà fosse così complessa così come si rivela. Sono passati sei mesi e quello che ho capito è che non ho capito quasi niente, e quando penso di aver trovato una verità c’è né sempre un’altra dietro che ne rivela una diversa opinione se non l’opposto. Ma sicuramente non posso che raccontarvi di quello che vivo e che vedo. Èd è di questo di cui vi scrivo perché penso sia la cosa che più abbia importanza nella condivizione con voi di questa mia presenza nei Territori Palestinesi ed Israele. Prima di partire mi chiedevo se davvero è questo il centro del mondo! Da qui tutto è partito, tutto è iniziato e da qui oggi nasce quotidianamente quella discordia che negli ultimi anni ha modificato le sorti del mondo, mette in discussione la nostra vita, indipendente se viviamo in una grande metropoli o in un piccolo centro. Dalla questione israeliana e palestinese è nato il terrorismo, lo scontro tra le religioni, gli integralismi che nonostante i più acuti piani di sicurezza delle grandi potenze mondiali, non sono controllabili, e ci sfidano nel nostro intimo. Forse sono un po’ generico, ma quello che vedo e che vivo e che ogni giorno impiego circa due ore per passare un muro per andare dall’altra parte della città di Betlemme, a Gerusalemme. Dove regolarmente i miei compagni di viaggio sono umiliati da giovani militari israeliani. Senza differenza tra anziani, bambini, donne, nessuno!. Tutti trattati come animali, come scarto, e tutti costretti a stare in silenzio per il rischio di non vedersi rinnovato quel tesserino che gli permette di sfamare la famiglia, di poter visitare i parenti, di andare all’ospedale. La mamma di Luay, una delle prime persone con cui si è creata un’amicizia, ha un tumore allo stomaco, e da due settimane aspetta, in attesa di morire, di ricevere il permesso per potersi ricoverare all’ospedale di Gerusalemme. Due domeniche fa, nell’unica gita parrocchiale per le famiglie, la prima dopo cinque anni di intifada, Fouad e Jalil, erano accompagnati solo dal Papà Aissa, perché la mamma in lacrime era rimasta a casa per non aver ricevuto il permesso. E così tante altre persone, divise e sole, con la voglia di uscire dal carcere a cielo aperto di Betlemme per un giorno, ma sole nello sguardo di non poter condividere la loro felicità con i loro cari. Come ogni giorno, ma ieri è stato da record: Il ritorno da Gerusalemme a Betlemme. Ci sono circa meno di 5 km dalla Basilica della Natività, dove vivo, alla sede del Patriarcato Latino dove lavoro la mattina. Sono salito sull’autobus alle 14.30 e sono arrivato a Betlemme alle 16,50. Durante il tragitto ci hanno bloccati tre volte. Ogni volta cheidono tutti i documenti, fanno scendere dall’autobus, sgridano e ti trattano con modi che sono difficili da raccontare. Ieri mi sentivo l’attore di uno di quei film o di quelle storie sull’olocausto di cui a scuola e di cui la nostra conoscenza è  satura. Questa volta però ad esercitare la stessa ritorsione, sono i discendenti di quegli antenati che l’hanno subita. C’è nell’azione israeliana, un elemento di così cattiveria che faccio fatica a capire da che cosa scaturisca, ma vi garantisco che è difficile abituarsi a subire tali torture psichiche. Eppure la gente non risponde, soffre in silenzio, si aiuta a vicenda a resistere ai continui atteggiamenti di arroganza che, come è facile intuire ed ormai dimostrato dai fatti, portano frutti solo a quei gruppi di integralisti che trovano in questi comportamenti tutte le loro risposte. In quell’autobus c’era anche una giovane donna in cinta di Bet Saour, un paesino vicino Betlemme, che ad un certo punto in silenzio si asciugava le lacrime. Ogni giorno la condizione è surreale, come una musica di Oud che non è ricca ed armonica, ma ha quel suono senti che ti appartiene, che viene da dentro e ti porta indietro nei pensieri, quasi a dimenticare la realtà momentanea.

 

      Faccio fatica ogni giorno a subire tale pressione e qualcosa si ritorce nello stomaco e non mi lascia quieto. La mia non è un’accusa contro il popolo israeliano, perché quelli che conosco e di cui sono fiero di essere amico soffrono come me, anzi dippiù, di questo stato delle cose, ma un’accusa contro una politica guerrafondaia dei vertici del paese appoggiati pienamente da istituzioni occidentali, anche italiane. Girando la Terra Santa scopro sempre più storie di massacri e pulizia etnica di villaggi di cui forse un giorno la giustizia ci renderà verità. Ci sono magliaia di pellegrini che ogni giorno visitano questi posti. Tutte le nazioni, nessuna esclusa, vedo passare dalla piazza di Betlemme, eppure nessuno si chiede come vivono queste persone, o forse in pochi, troppo pochi. Qui non è un problema di povertà. Non ci salviamo aprendo il portafoglio. Qui è un problema di giustizia. Di diritti umani.

 

     Vi racconto quello che vivo e vi scrivo di quello che vedo, perché penso che io posso testimoniare poco, da solo, fra questa gente. Ma penso che la missione di ognuno di noi, sia quella di cercare la verità laddove si è chiamati ad operare, e costi quel che costi, indipendentemente dalla fede a cui si appartiene, ed ancor prima come Cristiani, per l’insegnamento che ho ricevuto .

 

“ Non c’è pace senza giustizia”

Vincenzo Bellomo

                        www.vincenzobellomo.splinder.com