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Chi va e chi resta:

Influssi della diaspora sulla comunita' d'origine

I cristiani di Terra Santa

II puntata

Mons Fuad Twal. Vescovo coadiutore

Effetti della migrazione:

È indubbio che la diaspora ha anche degli effetti positivi, non solo per le sorti dei soggetti coinvolti, ma per lo stesso paese d’origine. In primo luogo, dal punto di vista culturale, si moltiplicano per chi emigra le opportunità di conoscere nuovi sistemi di vita; ciò genera maggiore apertura mentale e un “respiro diverso” nello stesso affronto dei problemi storici che angustiano questa terra. L’incontro con persone ed esperienze diverse, soprattutto in campo professionale, e le possibilità di scambio innescate, costituiscono una risorsa che ha delle ricadute positive per chi resta. Per non parlare, in secondo luogo, della risorsa economica costituta dalle rimesse che gli immigrati mandano ai familiari rimasti.bbio che la diaspora ha anche degli effetti positivi, non solo per le sorti dei soggetti coinvolti, ma per lo stesso paese d’origine. In primo luogo, dal punto di vista culturale, si moltiplicano per chi emigra le opportunità di conoscere nuovi sistemi di vita; ciò genera maggiore apertura mentale e un “respiro diverso” nello stesso affronto dei problemi storici che angustiano questa terra. L’incontro con persone ed esperienze diverse, soprattutto in campo professionale, e le possibilità di scambio innescate, costituiscono una risorsa che ha delle ricadute positive per chi resta. Per non parlare, in secondo luogo, della risorsa economica costituta dalle rimesse che gli immigrati mandano ai familiari rimasti.

Ma è senz’altro più determinante il peso degli effetti negativi di questa emorragia. Oltre alla perdita delle proprietà e quindi della terra (risorsa che garantisce il radicamento delle famiglie nel territorio), ve n’è uno molto insidioso per le prospettive future di pace della regione, e su questo vorrei soprattutto soffermarmi.Insensibilmente, molti cristiani in diaspora o arabi-cristiano attratti dall’emigrazione, perdono il contatto con la cultura dei loro paesi d’origine e soprattutto la fiducia in una pacifica convivenza islamo-cristiana in Oriente. La reazione islamofoba indotta dalla discriminazione religiosa , trova alimento e corrispondenza nel clima angosciato che prevale oggi nell’opinione pubblica dei paesi di arrivo in Occidente sulle relazioni con l’Islam.

Il 16° Congresso della Conferenza dei Patriarchi cattolici orientali ha recentemente sottolineato (ottobre 2006) le conseguenze di questa demoralizzazione delle comunità arabo-cristiane e l’importanza della loro tenuta identitaria: «La presenza senza il senso della missione invita ad abbandonare il paese. La presa di coscienza della missione che hanno i cristiani, nei confronti della loro società, è il fattore più importante che li incoraggerà a restare nei loro paesi, a far fronte a tutte le difficoltà e a partecipare agli sforzi comuni per salvare i loro paesi e fondarvi delle democrazie realiPur rappresentando meno del 2% della popolazione totale, gli arabo-cristiani sono ancora il 7% della popolazione araba di Israele e il 58% degli studenti arabi dell’Università di Haifa sono cristiani. Ciò la dice lunga sulla capacità dei cristiani di contare sociologicamente più di quanto l’esiguità del loro numero lasci presumere: le élites cristiane conservano di fatto i mezzi per pesare nella società civile araba. È, radicati in tradizioni proprie alle società arabe cristiane e mussulmane». L’assottigliarsi della presenza cristiana in Terrasanta, ha dunque conseguenze pesanti soprattutto su due versanti: quello culturale e quello civile.pertanto una sciagura la fuga di cervelli e quindi la perdita per il paese dei suoi elementi migliori, che il flusso migratorio procura. D’altronde, l’indebolimento e la scomparsa di queste comunità cristiane locali ,diminuisce la speranza che si stabiliscano nella regione i valori di una società aperta, pluralista e civile. L’elemento cristiano è tra i pochi a favorire e garantire principi di moderazione nello scontro civile e religioso che dilania questa regione. Il suo ridimensionamento è quindi una perdita per il processo di pace.

Che possiamo fare per i cristiani orientali in diaspora?

L’educazione spesso è stata come un acceleratore per l’emigrazione, che ha spinto i cristiani più qualificati fuori del paese, in cerca di opportunità più promettenti nei paesi avanzati. Le persone che partono sono spesso quelle più preparate, ed il rischio è che vengano meno le risorse umane qualificate per la società civile in Palestina. Non basta (anche se è utile), incrementare la possibilità di istruzione e di formazione nei Territori. La popolazione palestinese vanta già il più alto livello di scolarità e di istruzione tra i paesi arabi. La vera emergenza è frenare l’emorragia. A questo riguardo, è più utile favorire in loco la possibilità di incrementare il livello di formazione negli studi superiori, per evitare la ricerca all’estero di quell’eccellenza professionale ,che scuole e università locali non riescono a garantire.cristiani della Terra Santa sentono un forte senso di alienazione, abbandono ed isolamento rispetto alla cristianità occidentale. E questo non solo per effetto dell’embargo verso i Territori e per il contesto internazionale, che riproduce gli schieramenti contrapposti dell’interno (Occidente pro Israele, Sud del mondo a favore dei palestinesi).

I cristiani d’Occidente, che spesso non conoscono le reali implicazioni del conflitto arabo-israeliano, dovrebbero prendere coscienza, della vitale importanza della presenza dei cristiani orientali nella Terra Santa, per il loro importante ruolo di moderazione e di mediazione fra due mondi, all’apparenza inconciliabili. Favorire la permanenza delle popolazioni arabo-cristiane nella loro terra di origine, rappresenta la naturale contromisura, alla radicalizzazione dei conflitti. Per questo occorre che esse vengano aiutate a rimanere ed a essere se stesse, fedeli alla loro identità e alla loro tradizione di fede, perché sostengano con la loro presenza quel ponte di dialogo e di riconciliazione, cosi indispensabile a garantire la stabilizzazione della regione.

Tutte le iniziative di sostegno alle popolazioni cristiane in Palestina sono ben accette e da favorire, perché hanno come ricaduta principale, l’arresto dell’emorragia dei cristiani del posto.

Più concretamente, i campi d’intervento sono: 1) l’educazione e la formazione: il sostegno alle scuole e alle università già presenti, in gran parte gestite dal Patriarcato latino di Gerusalemme ,  potrebbe essere affiancato da un più particolare aiuto alle famiglie, attraverso adozioni a distanza o borse di studio per singoli studenti; 2) le opere sanitarie e sociali gestite in gran parte da ordini religiosi e istituzioni caritatevoli internazionali: esse garantiscono l’unica assistenza sanitaria qualificata in un contesto (quello dei Territori occupati) dissestato e sprovvisto di mezzi e strutture adeguate; 3) ma anche favorire i pellegrinaggi è un aiuto concreto molto importante e alla portata di tutti: l’accoglienza e il supporto ai pellegrini per molti cristiani palestinesi ,è fonte di sussistenza economica, oltre che occasione di testimonianza cristiana. Un flusso continuo di pellegrinaggi contribuirebbe a esaltare il valore universale di questi luoghi,( purtroppo visti nell’opinione pubblica mondiale, solo come il terreno di conflitti nazionali) e a consolidare la comunione ecclesiale 4) Ultimo, ma non meno importante, è l’aiuto che tutti i cristiani possono dare con la preghiera, per implorare al Signore che illumini i responsabili politici e sostenga gli sforzi diplomatici per il raggiungimento di un clima di pace e di ragionevole convivenza, soprattutto in questo momento delicato in cui, sembra che le vie del dialogo, abbiano ceduto il posto all’esasperazione e alla vendetta.

+ Fouad Twal, Coadiutore

Venezia, 20 giungo 2007