|
Effetti
della migrazione:
È indubbio
che la diaspora ha anche degli effetti positivi,
non solo per le sorti dei soggetti coinvolti, ma per lo
stesso paese d’origine. In primo luogo, dal punto di
vista culturale, si moltiplicano per chi emigra
le opportunità di conoscere nuovi sistemi di
vita; ciò genera maggiore apertura mentale e un “respiro
diverso” nello stesso affronto dei problemi storici che
angustiano questa terra. L’incontro con persone ed
esperienze diverse, soprattutto in campo professionale,
e le possibilità di scambio innescate, costituiscono una
risorsa che ha delle ricadute positive per chi resta.
Per non parlare, in secondo luogo, della risorsa
economica costituta dalle rimesse che gli
immigrati mandano ai familiari rimasti.bbio che la
diaspora ha anche degli effetti positivi,
non solo per le sorti dei soggetti coinvolti, ma per lo
stesso paese d’origine. In primo luogo, dal punto di
vista culturale, si moltiplicano per chi emigra
le opportunità di conoscere nuovi sistemi di
vita; ciò genera maggiore apertura mentale e un “respiro
diverso” nello stesso affronto dei problemi storici che
angustiano questa terra. L’incontro con persone ed
esperienze diverse, soprattutto in campo professionale,
e le possibilità di scambio innescate, costituiscono una
risorsa che ha delle ricadute positive per chi resta.
Per non parlare, in secondo luogo, della risorsa
economica costituta dalle rimesse che gli
immigrati mandano ai familiari rimasti.
Ma è
senz’altro più determinante il peso degli
effetti negativi di questa emorragia. Oltre
alla perdita delle proprietà e quindi della terra (risorsa
che garantisce il radicamento delle famiglie nel
territorio), ve n’è uno molto insidioso per le
prospettive future di pace della regione, e su questo
vorrei soprattutto soffermarmi.Insensibilmente, molti
cristiani in diaspora o arabi-cristiano attratti
dall’emigrazione, perdono il contatto con la
cultura dei loro paesi d’origine e soprattutto
la fiducia in una pacifica convivenza
islamo-cristiana in Oriente. La reazione islamofoba
indotta dalla discriminazione religiosa , trova alimento
e corrispondenza nel clima angosciato che prevale oggi
nell’opinione pubblica dei paesi di arrivo in Occidente
sulle relazioni con l’Islam.
Il 16°
Congresso della Conferenza dei Patriarchi cattolici
orientali ha recentemente sottolineato (ottobre 2006) le
conseguenze di questa demoralizzazione delle comunità
arabo-cristiane e l’importanza della loro tenuta
identitaria: «La presenza senza il senso della missione
invita ad abbandonare il paese. La presa di
coscienza della missione che hanno i cristiani,
nei confronti della loro società, è il fattore
più importante che li incoraggerà a restare nei loro
paesi, a far fronte a tutte le difficoltà e a
partecipare agli sforzi comuni per salvare i loro paesi
e fondarvi delle democrazie realiPur rappresentando meno
del 2% della popolazione totale, gli arabo-cristiani
sono ancora il 7% della popolazione araba di Israele e
il 58% degli studenti arabi dell’Università di Haifa
sono cristiani. Ciò la dice lunga sulla capacità dei
cristiani di contare sociologicamente più di quanto
l’esiguità del loro numero lasci presumere: le élites
cristiane conservano di fatto i mezzi per pesare nella
società civile araba. È, radicati in tradizioni proprie
alle società arabe cristiane e mussulmane».
L’assottigliarsi della presenza cristiana in Terrasanta,
ha dunque conseguenze pesanti soprattutto su due
versanti: quello culturale e quello civile.pertanto
una sciagura la fuga di cervelli e
quindi la perdita per il paese dei suoi elementi
migliori, che il flusso migratorio procura. D’altronde,
l’indebolimento e la scomparsa di queste comunità
cristiane locali ,diminuisce la speranza che si
stabiliscano nella regione i valori di una società
aperta, pluralista e civile. L’elemento cristiano è tra
i pochi a favorire e garantire principi di moderazione
nello scontro civile e religioso che dilania questa
regione. Il suo ridimensionamento è quindi una perdita
per il processo di pace.
Che
possiamo fare per i cristiani orientali in diaspora?
L’educazione spesso è stata come un acceleratore per
l’emigrazione, che ha spinto i cristiani più qualificati
fuori del paese, in cerca di opportunità più promettenti
nei paesi avanzati. Le persone che partono sono spesso
quelle più preparate, ed il rischio è che vengano meno
le risorse umane qualificate per la società civile in
Palestina. Non basta (anche se è utile), incrementare la
possibilità di istruzione e di formazione nei Territori.
La popolazione palestinese vanta già il più alto livello
di scolarità e di istruzione tra i paesi arabi. La vera
emergenza è frenare l’emorragia. A questo riguardo, è
più utile favorire in loco la possibilità di
incrementare il livello di formazione negli studi
superiori, per evitare la ricerca all’estero di
quell’eccellenza professionale ,che scuole e università
locali non riescono a garantire.cristiani della Terra
Santa sentono un forte senso di alienazione, abbandono
ed isolamento rispetto alla cristianità occidentale. E
questo non solo per effetto dell’embargo verso i
Territori e per il contesto internazionale, che
riproduce gli schieramenti contrapposti dell’interno (Occidente
pro Israele, Sud del mondo a favore dei palestinesi).
I
cristiani d’Occidente, che spesso non conoscono le reali
implicazioni del conflitto arabo-israeliano, dovrebbero
prendere coscienza, della vitale importanza della
presenza dei cristiani orientali nella Terra Santa, per
il loro importante ruolo di moderazione e di mediazione
fra due mondi, all’apparenza inconciliabili. Favorire la
permanenza delle popolazioni arabo-cristiane nella loro
terra di origine, rappresenta la naturale contromisura,
alla radicalizzazione dei conflitti. Per questo
occorre che esse vengano aiutate
a rimanere ed a essere se stesse, fedeli alla loro
identità e alla loro tradizione di fede, perché
sostengano con la loro presenza quel ponte di dialogo e
di riconciliazione, cosi indispensabile a garantire la
stabilizzazione della regione.
Tutte le
iniziative di sostegno alle popolazioni cristiane in
Palestina sono ben accette e da favorire, perché hanno
come ricaduta principale, l’arresto dell’emorragia dei
cristiani del posto.
Più
concretamente, i campi d’intervento
sono: 1) l’educazione e la
formazione: il sostegno alle scuole e alle
università già presenti, in gran parte gestite dal
Patriarcato latino di Gerusalemme , potrebbe essere
affiancato da un più particolare aiuto alle famiglie,
attraverso adozioni a distanza
o borse di studio per singoli studenti; 2)
le opere sanitarie e sociali gestite in
gran parte da ordini religiosi e istituzioni
caritatevoli internazionali: esse garantiscono l’unica
assistenza sanitaria qualificata in un contesto (quello
dei Territori occupati) dissestato e sprovvisto di mezzi
e strutture adeguate; 3) ma anche favorire i
pellegrinaggi è un aiuto concreto molto
importante e alla portata di tutti: l’accoglienza e il
supporto ai pellegrini per molti cristiani palestinesi
,è fonte di sussistenza economica, oltre che occasione
di testimonianza cristiana. Un flusso continuo di
pellegrinaggi contribuirebbe a esaltare il valore
universale di questi luoghi,( purtroppo visti
nell’opinione pubblica mondiale, solo come il terreno di
conflitti nazionali) e a consolidare la comunione
ecclesiale 4) Ultimo, ma non meno importante, è l’aiuto
che tutti i cristiani possono dare con la
preghiera, per implorare al Signore che
illumini i responsabili politici e sostenga gli sforzi
diplomatici per il raggiungimento di un clima di pace e
di ragionevole convivenza, soprattutto in questo momento
delicato in cui, sembra che le vie del dialogo, abbiano
ceduto il posto all’esasperazione e alla vendetta.
+ Fouad
Twal, Coadiutore
Venezia,
20 giungo 2007
|