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Testimone di eventi
cruciali della storia
del Medio Oriente,
pellegrino ai Luoghi
Santi con Paolo VI e
Giovanni Paolo II, il
cardinale Achille
Silvestrini, prefetto
emerito della
Congregazione per le
Chiese orientali, non ha
mai smesso di seguire
con passione le vicende
legate alla Terra Santa.
Diplomatico di lungo
corso (è stato tra i
principali collaboratori
del cardinale Agostino
Casaroli alla segreteria
di Stato e per lunghi
anni ha avito l'incarico
di «ministro degli
esteri» vaticano), il
card. Silvestrini offre
in una intervista che
appare sul numero di
maggio-giugno della
rivista Terrasanta,
la sua lettura degli
sforzi per il dialogo e
le speranze di pace in
Medio Oriente.
«In questi ultimi tempi
- ha raccontato a
Manuela Borraccino, che
ha raccolto l'intervista
di cui proponiamo ampi
stralci - siamo stati
tentati dal pensiero che
forse solo per
stanchezza israeliani e
palestinesi si
metteranno d'accordo:
quando vedranno che la
violenza non conviene
più a nessuno dei due.
Penso sia invece giunto
il momento in cui i
leader politici europei
prendano l'iniziativa
per far ripartire i
negoziati. I cristiani
di tutto il mondo
possono anche loro fare
la propria parte:
facendosi pellegrini in
Terra Santa,
contribuiscono alla
permanenza dei cristiani,
incoraggiano la
convivenza tra ebrei e musulmani,
aiutano a preservare il
carattere unico di
Gerusalemme».
Dalla prima visita di un
Papa a Gerusalemme, nel
1964,
all'indimenticabile
viaggio di Giovanni
Paolo II, nel 2000: il
cardinale Achille
Silvestrini, 83 anni,
tra i protagonisti della
politica estera vaticana
nei 40 anni che hanno
vissuto speranze e
fallimenti del processo
di pace in Medio Oriente,
rievoca luci e ombre
degli sforzi compiuti
per la convivenza tra
ebrei, musulmani e
cristiani in Terra Santa
mentre guarda con favore
alla missione Unifil
coordinata dall'Italia
in Libano: «Tutto può
concorrere alla pace se
c'è la volontà di tutti,
se c'è una convergenza
di intenti sia da parte
di Israele che dei Paesi
arabi limitrofi».
Per anni la
diplomazia della Santa
Sede ha indicato nel
conflitto in Terra Santa
«la madre di tutte le
guerre», risolta la
quale si sarebbe aperta
nella regione un'era
messianica di pace,
sviluppo, progresso per
l'intera regione. Lei
pensa che questa visione
sia valida ancora oggi?
Credo di sì, perché il
conflitto fra israeliani
e palestinesi è un nodo
cruciale della
pacificazione di tutta
l'area. Non è la sola
chiave, d'accordo, ma
dopo 4 guerre e
innumerevoli scontri e
vittime da entrambe le
parti, ed il
coinvolgimento nelle
violenze dei Paesi
vicini, come si può
pensare che non sia il
perno di tutto? Io credo
che la guerra in Terra
Santa sia il focolaio
principale
dell'instabilità della
regione. Se si trova un
equilibrio di convivenza
fra i due popoli, è più
facile risolvere anche
gli altri problemi sul
tappeto, compreso il
nodo di Gerusalemme.
Lei è stato
testimone di eventi
cruciali della storia
del Medio Oriente. Come
vede il futuro?
È difficile dirlo. La
grande tragedia del
Medio Oriente è che ogni
volta che qualcuno ha
seriamente cercato di
far progredire la pace è
stato assassinato: prima
del premier israeliano
Rabin nel 1994 è toccato
al presidente egiziano
Sadat nel 1981, e prima
ancora al diplomatico
dell'Onu Folke
Bernadotte (il conte
svedese che aveva
aiutato tanti ebrei
durante la guerra,
nominato nel maggio 1948
dalle Nazioni unite
mediatore speciale per
la Palestina e
assassinato quattro mesi
dopo da terroristi della
Banda Stern, mentre
cercava di far approvare
un accordo di pace che
garantisse ai
palestinesi la
Cisgiordania ed il Negev
- ndr). A volte siamo
tentati dal pensiero che
forse solo per
stanchezza israeliani e
palestinesi si
metteranno d'accordo:
quando saranno sfiniti
dalla violenza e
vedranno che non
conviene più a nessuno
dei due.
Che cosa può
fare l'opinione pubblica
occidentale?
Penso che i leader
politici europei
dovrebbero prendere
l'iniziativa per far
ripartire i negoziati. E
i cristiani europei,
d'altra parte, come
singoli cittadini
possono farsi pellegrini
sulla Terra dove il Dio
unico si è rivelato, per
dare un segno di
solidarietà concreta ai
cristiani che vivono lì,
ma anche per
incoraggiare la
convivenza tra ebrei,
musulmani e cristiani e
per preservare il
carattere unico di
Gerusalemme: chi ha
camminato per quelle
strade, chi ha percorso
quei vicoli e visto la
luce di quelle pietre,
non l'ha più dimenticata. |