Gerusalemme (AsiaNews) - In questi giorni in cui “tutto
il mondo guarda a Gerusalemme”, al luogo che è madre di
tutti i cristiani del mondo, la Chiesa di Gerusalemme ha
“un messaggio di vita e di speranza” per il mondo intero.
Pasqua non è tanto un “piegarsi pietoso sul sepolcro” e
sulla morte, ma ricevere “un nuovo slancio” ,
“riconoscere il Volto del Signore”, “spezzare il pane
con Lui”, per poi spezzarlo “con ogni uomo”, ovunque c’è
bisogno.
Così p. Pierbattista Pizzaballa, ofm, Custode di Terra
Santa, spiega ad AsiaNews il senso della Pasqua,
della morte e resurrezione di Gesù per i cristiani di
Terra Santa e per il mondo intero. Di fronte a tutti i
segni di morte e di violenza che si accumulano in
Israele, Palestina, Libano, il padre francescano afferma
che “è Dio a dire l’ultima parola su tutte le situazioni
di morte e di paura” che dominano in Medio oriente e la
“sua ultima parola è di speranza”. A prova di questo, p.
Pizzaballa cita esempi di rapporti, amicizia, fraternità
che nascono fra israeliani e palestinesi, fra cristiani,
musulmani ed ebrei. E cita il caso di un incontro sulla
persona di Gesù, a cui hanno partecipato “un ex generale
israeliano e un ex partigiano palestinese”. Questi
piccoli segni di speranza “sono forse pochi”, aggiunge
il Custode, ma sono “un piccolo punto dal quale si può
partire. In fondo, anche quando Gesù è risorto, i
discepoli erano pochi e un po’ traballanti nella fede”.
Ecco l’intervista che p. Pizzaballa ha concesso ad
AsiaNews.
Padre Custode, che senso ha la Pasqua qui a
Gerusalemme, dopo un anno di guerre israelo-libanesi,
guerre intestine fra i palestinesi?
Guardando in prospettiva, bisogna dire che qui le guerre
ci sono da tanto tempo. Quest’ultimo anno è stato certo
molto pesante e difficile, ma il significato della
Pasqua è sempre lo stesso: la Pasqua è la festa della
Vita, la resurrezione. È Dio che dice l’ultima parola su
tutte queste situazioni di morte e di paura, e la Sua è
una parola di vita, di speranza. Anche di fronte alla
guerra del Libano, alle tensioni del mondo palestinese,
le tensioni tra israeliani e palestinesi, il significato
della Pasqua è che nonostante tutto bisogna continuare a
credere nella bontà dell’uomo. Questa bontà è il
riflesso della bontà di Dio. Nell’uomo certamente c’è la
cattiveria, il male e Satana esiste. Ma l’ultima parola
di Dio è una parola di vita, di bene.
Ma di fronte alla violenza, alla guerra,
questa speranza non sembra un po’ lontana?
Forse. In apparenza, la morte, la guerra, le divisioni
sembrano toccarci con più evidenza. Ma stando qui,
vivendo in questa realtà, ci si accorge che oltre alla
divisione c’è anche tanta condivisione; che oltre alla
morte, vi sono anche tanti segnali di vita e di speranza
di molta gente che nonostante tutto continua a vivere,
credere e scommettere nel rapporto con l’altro. Vi sono
associazioni israeliane e palestinesi che si incontrano;
scuole che si gemellano; ragazzi musulmani, cristiani e
anche ebrei che studiano insieme; gente che continua a
credere nella convivenza. Questi piccoli segni di vita e
di speranza, forse - questo lo concedo - sono pochi. Ma
sono un piccolo punto dal quale si può partire. In fondo
anche quando Gesù è risorto, i discepoli erano pochi e
un po’ più traballanti nella fede.
Un piccolo esempio: di recente c’è stato un convegno di
studio, organizzato da un’associazione
israelo-palestinese che ha messo insieme cristiani,
ebrei e musulmani. Lo studio era sulle radici cristiane
della nostra società, fatto in collaborazione con i
salesiani. Erano poche decine di persone, un gruppo
piccolissimo, ma si sono incontrati un ex generale
israeliano e un ex partigiano palestinese. L’ex generale
era governatore dei Territori occupati; l’ex partigiano
ha lottato per la causa palestinese, è stato in carcere
per molto tempo, ha avuto vittime fra i membri della sua
famiglia. Eppure si sono incontrati per parlare di Gesù.
E qual è l’impatto che ha una cosa del
genere?
Immediatamente sembra non averne. Il cuore sembra
fermarsi soprattutto di fronte ai segni della politica,
della guerra… Ma tutti questi scossoni vanno un po’
sopra la testa, perché la vita concreta ha le sue
esigenze ed urgenze, fra cui vi è la speranza. A
quell’incontro, tutti hanno capito che bisognava
cambiare strada, strategia, linguaggio. Perfino in una
situazione difficile come a Gaza, separata da tutto,
anche là non vi è soltanto morte, ma anche persone e
associazioni che lavorano per la vita.
Quest’anno vi è un’unica data della Pasqua
per cattolici e ortodossi…
Se devo essere sincero, da un punto di vista
strettamente, pratico, la differenza di data fra
cattolici e ortodossi è molto comoda: meno pellegrini,
meno traffico, celebrazioni al Santo Sepolcro svolte con
maggiore tranquillità. Dal punto di vista umano e
spirituale è molto bello che tutti siano in festa,
piacevolmente agitati. La Pasqua, poi, ha un significato
simile per ebrei e per cristiani – pur con le dovute
differenze. Per gli ebrei è la festa della liberazione,
del passaggio dalla schiavitù alla libertà, che si
celebra nel Seder. Noi celebriamo lo stesso passaggio
nella notte di Pasqua.
Sono previsti alcuni momenti insieme con gli
ortodossi?
Le celebrazioni sono rigorosamente separate, anche se si
faranno contemporaneamente. Sarà quella che io definisco
“una meravigliosa babilonia”. Il mattino della domenica
delle Palme – ad esempio - noi latini celebravamo
davanti all’edicola del Santi Sepolcro; i copti
celebravano la stessa cosa dietro all’edicola. Ma credo
che i copti non sentissero nulla di quello che dicevano;
e noi non capivamo niente di quello che dicevamo noi…
Tutti i riti e l’uso della chiesa del Santo Sepolcro
seguono con esattezza le regole dello status quo, creato
alla fine del ‘700 sotto l’impero ottomano. A quel tempo
la veglia pasquale si celebrava al sabato mattina. E noi
facciamo così. La cerimonia de fuoco avviene prima per
noi e poi per gli ortodossi.
I cristiani di Terra Santa diminuiscono
sempre di più per l’emigrazione all’estero. Qual è la
vostra missione?
La nostra missione è quella di stare qui in questi
luoghi, che sono importanti per tutti i cristiani. Tutto
il mondo guarda a Gerusalemme, ma Gerusalemme deve
guardare a tutto il mondo cristiano. Noi siamo qui,
preghiamo qui e siamo in unione con tutta la Chiesa e
per conto di tutta la Chiesa.
E ricordiamo a tutti che Pasqua non è solo un piegarsi
pietoso sul sepolcro, una sorta di omaggio di pietà. Il
messaggio della Pasqua è un messaggio di slancio, sapere
riconoscere il Volto del Signore, spezzare il pane con
Lui, per spezzare il pane con qualunque uomo, con
qualunque volto noi incontriamo, lì dove c’è un bisogno.