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“Guardatevi dai falsi profeti che vengono da voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”
(Vangelo di Matteo, 7 – 15).

Queste parole perentorie mi risuonavano in testa mentre mi trovavo in viaggio per Israele, insieme ad altri 30 ragazzi riuniti dalla CEI con lo scopo non soltanto del tradizionale pellegrinaggio sulle orme di Cristo, ma anche di incontrare le comunità cristiane di lingua araba e ebraica che vivono con molte difficoltà in quelle terre. Il viaggio aveva come titolo “Sulla via della pace”. Costituivamo infatti una sorta di delegazione ufficiale della Chiesa italiana e quindi consegnavamo il messaggio natalizio sulla pace di Benedetto XVI e la lampada della pace di Assisi di Giovanni Paolo II. A questi gesti simbolici si affiancavano celebrazioni liturgiche e assemblee in cui, a volte in inglese, a volte ognuno nella sua lingua, condividevamo le nostre esperienze. Erano però soprattutto loro a parlare, a raccontarci del loro cristianesimo vissuto in mezzo ai conflitti. Eravamo dunque dei profeti, portatori di un messaggio di pace, ascoltatori attenti e curiosi delle loro opinioni. Falsi profeti però se tutto si esaurirà, se ci faremo inebriare dall’attimo di importanza e di responsabilità che questo viaggio ci ha regalato.

Io con il mio omonimo Federico, che di cognome fa Nicola, eravamo là in rappresentanza di GA, i giovani delle ACLI, per un progetto sulle comuni radici e sulle differenze fra le grandi religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo, Islam. Progetto che vorremo realizzare proprio con chi, come i cristiani della Terra Santa, convivono, spesso problematicamente, in realtà dove le altre due religioni sono maggioritarie. In fondo viviamo situazioni simili ma opposte: l’Europa in maggioranza cristiana ma politicamente laica e che oggi invoca una ispirazione religiosa dei valori politici, mentre la massiccia immigrazione arabo – mussulmana pone nuovi problemi di convivenza; Israele dove le due maggioranze in conflitto, ebrea e musulmana, seppur politicamente laiche, cercano faticosamente di distanziarsi dalla visione religiosa del mondo che vorrebbe asservire a sé ogni aspetto della vita, il che forse risolverebbe molti dei problemi anche della minoranza cristiana.

Prima tappa nel nord Israele, ad Haifa, sul mare, dominata da un grandioso monumento a Baha, fondatore della religione omonima, uscita dall’islamismo e che si propone di essere una sintesi definitiva delle grandi religioni; con un quartiere, le cui case recano sulla facciate citazioni in tedesco dall’Apocalisse, costruito da una setta luterana millenarista. Salendo al monte Carmelo, dove Elia sfidò e sconfisse i sacerdoti di Baal, si attraversano insediamenti di drusi, comunità religiosa nata in seno all’Islam e che accoglie elementi di tutti le religioni, come la reincarnazione dall’induismo. Primo incontro: ospiti per il Capodanno di una famiglia cristiana con una bellissima casa panoramica da cui si vede perfino la costa libanese. “Qual è il vostro rapporto con gli altri ebrei?” “Veramente noi siamo arabi”: erano israeliani di origine araba. Insomma in un giorno è crollato il pregiudizio di trovarsi fra due blocchi monolitici intransigenti e contrapposti, ebrei israeliani da una parte, palestinesi musulmani dall’altra. L’indomani Jenin, territorio occupato. Zona araba, ma occupata dagli ebrei che stanno ultimando il muro. Gli abitanti, salvo rari casi, non possono uscire; entrarvi è molto difficile. Il presidio israeliano di ragazzi 18enni dopo 3 ore di attesa ci lascia passare. Jenin è davvero molto povera, il famigerato campo profughi, che pare ospiti vari terroristi, occupa poco più di una piccola costa su una monte. Dopo la messa bilingue arabo – italiano, mangiamo a Burkin, una borgata poverissima priva di numeri civici. Dai bambini, con i loro quaderni di inglese, indicando le parole cominciamo a imparare le prime parole in arabo. La voglia di comunicare a lungo compressa esplode in vari modi. Si sente un inglese fluente ovunque. Il giorno dopo Nazareth: chiesa dell’Annunciazione. L’incontro con i frati di Charles De Foucald ci rende più vicini gli anni dell’incubazione della missione di Cristo, scanditi dal lavoro e dalla meditazione. Sorprende sentire come la comunità cristiana di Nazareth si consideri erede diretta della prima comunità, i giudeo – cristiani, che seguiva il nuovo messaggio. Dopo il contatto col periodo della preparazione silenziosa in attesa del momento opportuno, ecco il momento della prima predicazione nella zona del lago di Tiberiade, su cui declina dolcemente il monte delle beatitudini. Lasciata la Galilea, attraversiamo la Galilea, costeggiando il Giordano: è tutto deserto, un susseguirsi di monti petrosi a perdita d’occhio. Sono tutti territori occupati, ogni tanto capita di riconoscere, delimitata da alte recinzioni di filo spinato, qualche colonia israeliana. Dopo il tramonto Gerusalemme, la “città di Dio”. La parte vecchia, dentro le mura cinquecentesche, è un labirinto di vicoli con quattro quartieri, arabo, cristiano, ebraico, armeno. Mentre noi ci poniamo il problema teorico della convivenza, là invece la convivenza è in atto. Incontriamo la comunità cristiana di espressione ebraica, che deve vivere in semi – clandestinità e non può fare nessuna forma di testimonianza, dato che ogni proselitismo è proibito dallo Stato. Nel Getsemani passiamo una notte in silenzio e preghiera. Infine Betlemme. Ultimata la costruzione del muro, la città sarà tagliata in due, perché agli israeliani interessa inglobarne una parte soltanto, quella con la tomba di Rachele. Alcuni ragazzi della comunità cristiana melchita ci illustrano la loro rivista, che pubblicano insieme ad altri cristiani di altre nazioni arabe, per confrontarsi sui comuni problemi. Il loro portavoce ha uno sguardo molto determinato che non nasconde però un velo di tristezza. Ci dice che, se, come sembra, le elezioni vedranno l’affermazione di Hamas, il partito musulmano estremista, la situazione potrà soltanto peggiorare.

Sulla via della pace dunque? Le due alternative oggi sembrano queste: o due stati, Israele o Palestina, divisi secondo etnia e religione, o uno stato solo con due etnie e religioni che convivono. Del resto noi europei abbiamo sperimentato il nazionalismo e oggi lo stiamo accantonando, per costituire un’unica federazione. Noi ora dobbiamo dimettere la veste di pecora di una pace a buon mercato e far fruttare i contatti allacciati con i nostri coetanei di là, per costruirla faticosamente.  Dall’occasione del nostro viaggio abbiamo capito la fatica del seminatore, che contraddistinse la vita di Cristo: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte del seme cadde…” (Vangelo di Matteo, 13 – 3, 4).

Federico Leonardi - Milano